OLA2021

Mal di terra
racconto della settimana OltreLeAli 22-29 maggio 2021

È un sabato limpido di fine maggio, mi metto in macchina pensando che è inutile chiedersi il perché di un viaggio, basta fare i primi metri di strada e già si tagliano i ponti con le ipotesi e con casa, laggiù. Arrivata a Piombino seguo le indicazioni per la marina, scendo lungo l’ultima stradicciola, il passaggio a livello si alza ed eccoci nel porto di Salivoli. Subito le valigie da sistemare in barca, e dagli a cercarla, tra tante, quella giusta, e ordina le troppe cose portate in cabina, e via, a guardare le altre barche. C’è chi tira a lucido avanti e indietro la coperta, chi annoda e snoda le cime con insoddisfazione occhiuta, da perfezionista, qualcuno prende l’ultimo sole, un altro beve chissà se il primo drink. Oltre c’è il molo, una striscia di scogli e dopo il mare. Il mare aperto.

Ma la sera arriva presto e il calendario delle attività irreggimenta i più svagati, puntuali alle otto bisogna trovarsi in una delle foresterie dove sono sistemati gli allievi, è l’ora della cena e di conoscersi. Tanti si sono incontrati in altre  occasioni, il corso di vela che partirà l’indomani è infatti già stato svolto ai margini di altre estati, precedenti a questa che aspettiamo arrivare, e nasce dalla collaborazione tra la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, l’Associazione Nazionale Donne Operate al Seno e un gruppo di velisti che mette a disposizione le proprie barche e le  proprie conoscenze. Un baccano leggero prende a formarsi tra chi fa la fila per la sua fetta di cecina e chi cerca dove mai siano i bicchieri, pian piano si formano gruppetti più larghi, c’è quel poco di imbarazzo iniziale degli adulti nel conversare ma dura poco, l’argomento comune lo conosciamo tutti, è il mare, e cosa ci aspetta domattina.

Stefano Ferraro, che del corso è il più antico animatore, snocciola gli orari sui volti ancora pallidi e chi già non lo sapeva capisce al volo che per il resto della settimana ci si darà da fare, e di buona lena.

Otto e mezzo: la prima lezione. Con un metro di cima in mano, tutte e venticinque quante siamo (oltre a me e alle donne radunate dalle due associazioni ci sono un marito e perfino un ortopedico) proviamo a intrecciare i primi nodi mentre due istruttori si danno il cambio a raccontarci i luoghi da cui soffiano i venti della famosa rosa, la relatività del sopra e del sottovento, i primi rudimenti di nomenclatura sulle parti della barca e sulla sua attrezzatura. Quarantacinque minuti e molta confusione lessicale dopo, siamo ai moli. Si formano gli equipaggi, ognuno indossa il suo giubbetto salvagente, montiamo a bordo dei tre J-80. Non c’è tempo per indugiare in barca, chi sa già sta facendo qualcosa di utile a mollare gli ormeggi e mettersi a navigare. Le barche escono dal porto ondeggiando un po’ a destra, un po’ a sinistra, filano sull’acqua appena le vele si gonfiano, scivolano dritte e rapide. Siamo in mare, verso l’isola d’Elba. Miriamo al porticciolo di Cavo, e Cavo è proprio lì, davanti a noi, pare di poterla raggiungere in pochi minuti, pare che diventi sempre più vicina, pare che a puntarla col timone la si possa acchiappare.

Pare.

Perché ecco che una parola della lingua nuova in cui siamo immersi da neanche ventiquattr’ore si mette tra noi e la nostra intenzione ingenua di pranzare sulla spiaggia di Cavo. Ci vuol coraggio a pronunciare una parola capace di frapporsi tra un equipaggio e la sua isola, ma dicevo il mare non tollera tentennamenti e quindi va pur detto che esiste il fenomeno mostruoso del puntare una destinazione con la prua e vedersela sfilare via man mano che ci si avvicina, la beffa della distanza tra la rotta scelta e quella compiuta, insomma lo dico, esiste lo scarroccio. Ma in fondo, a pensarci bene, che una linea retta sia la distanza più breve tra due punti è un’idea che soffoca la poesia e quindi di buon grado, arrivati in spiaggia e con il panino finalmente addentato, accettiamo che alla nostra confusione si aggiunga  quest’ulteriore disordine. Anche perché, sui giorni successivi, altre nebbie si addensano.

Sballottati tra onde e lezioni, capitano i primi malori.
“Posso disturbarla, comandante, col chiederle, nel caso qualcuno avesse urgenza di vomitare a bordo, dove sarebbe il caso di dirigersi per meno disturbare il resto della ciurma e non arrecare alcun contrattempo alla navigazione?”. Mentre la domanda viene formulata dall’intossicata di straordinario garbo, lei già si sta alzando e ha preso a muoversi verso le indicazioni impartite. Si sporge e fa quel che il suo stomaco deve, retta per i passanti del pantalone dall’istruttore che nel frattempo continua a timonare, controlla la randa, lasca il fiocco quanto serve e non si lascia sfuggire l’occasione per ribadirci i concetti di sopra e sottovento. La cui importanza a nessuno d’ora in poi verrà in mente di sottovalutare.

A tre giorni dall’inizio del corso, la confidenza è cresciuta, le conversazioni si formano con semplicità e a sera, stanchi e cotti dal sole sui nasi, ci cerchiamo per raccontarci chi siamo. Le donne che partecipano a questo corso non hanno solo il mare in comune.
Hanno tutte superato il male dei mali, il più spaventoso a nominarsi, quello per cui si continua da tremila anni a bussare alle porte della medicina per trovargli una cura, quello che reclama la separazione totale della parte malata dal resto della vita.

“Una sera sono andata a cena con le altre. Ci si conosce tutte prima o poi, tra le chemio e le tante file in sala d’attesa di oncologia. Avevo comprato una  parrucca, all’inizio, una di quelle buone, me l’avevano incollata per bene e già la prima notte mi chiedevo ma guarda te se adesso devo portarmi a letto sta roba, ma come faccio? Così, dopo un po’, me l’ero fatta togliere e avevo iniziato a indossare un turbante. Si fa così perché gli altri ti guardano, vedono il tuo corpo che all’improvviso non ti segue più, si sentono in imbarazzo, non sanno più come prenderti. E di storie se ne sentono tante, è difficile. Ma quella sera, in mezzo alle altre, mi sono sentita per la prima volta dalla diagnosi così capita, così accettata, così libera, che a un certo punto mi sono alzata, stavamo proprio al centro del ristorante, e mi sono tolta il turbante. Sono rimasta com’ero, senza capelli e felice, per la prima volta felice di potermene fregare degli umori degli altri, grata di essere viva così com’ero, onorata di poter apprezzare un altro giorno, viva. Ero viva”.

Susan Sontag ha scritto che tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Durante il corso di vela OLA siamo tutti stati cittadini del primo mondo e in un ruolo particolare, siamo stati marinai.

A tutti è stato urlato lo stesso pronti a virare, tutti abbiamo provato lo stesso terrore al collo per il passaggio del boma durante le strambate, tutti lo stesso sconcerto quando, all’ingresso in porto, un istruttore ci ha ordinato:
Vai a prua!
Corri, corri!
A prua!

Ma tu, che ti muovi goffo e pari esitare, non è che a prua non ci vuoi andare, al contrario, e allora ci corri come riesci, arrivi mezzo trafelato e l’istruttore:
prendi la trappa!

Oddio, pensi, e adesso la trappa che è?
Cerchi di recuperare un’etimologia credibile andando a rimestare in quel poco di latino che ti ricordi dalle scuole superiori, e se fosse greco? Supplichi con lo sguardo qualcuno dell’equipaggio perché ti suggerisca, ti guardi intorno ci fosse mai un indizio in barca su che cazzo sia adesso sta benedetta trappa.

Niente.

Sei a prua, non hai idea di cosa dovresti prendere e non c’è altro che questo, la barca che s’avvicina al molo e la trappa da recuperare, la barca che deve camminare e la cura che devi esercitare perché questo avvenga, il mondo e la tua azione. Si impara tanto di più di come cazzare o lascare le vele perché sostengano una bella andatura in vela, si impara, se si vuol vederlo, che la felicità è sottoposta ad alcune condizioni, che va guadagnata di momento in momento perché gira come il vento, che il tempo trascorso facendo qualcosa è l’unico paradiso possibile.

Cos’altro rimane?

Una sensazione imprecisa. Siamo stati solo per pochi giorni sotto gli stessi tramonti, accarezzati da un identico vento, stretti su una barchetta in mezzo al mare e però so che i rintocchi della libertà continueranno a suonare per tutto l’equipaggio che siamo stati anche una volta approdati.

Il mal di terra in fondo non è che Nettuno che continua per giorni a sospirare di nostalgia dentro ogni aspirante marinaio.

Federica Graziani